Pomodori su Banksy

No, non odio Banksy. I pomodori non sono un giudizio di tipo morale. Non sono marci, non sono in faccia, non sono verdi e fritti alla fermata del bus. Sono semplicemente pomodori. Ma perché?

Pomodori_Banksy_Giaume

Il pomodoro è usato come una verdura. Venduto insieme alle verdure. Ma è un frutto. Molti di noi lo sanno (e ricordano come traumatico il momento in cui lo hanno scoperto), alcuni altri…non si stanno divertendo in questo momento. Per Banksy è la stessa cosa: ad un occhio esterno può sembrare uno street artist in piena regola, quando è in realtà un artista classico. Come per il pomodoro, questa definizione non è un giudizio di valore. Guardando le sue opere più pittoriche (se tali si possono chiamare, facendo lui uso di spray e stencil), vendute alle gallerie e appese a fianco dei quadri più tradizionali, si può notare che Banksy si pone nei confronti dell’arte pregressa proprio secondo i parametri dettati dalla stessa. Cioè in confronto.

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Reinterpreta con naturalezza il cane di Haring, lo scheletro di Basquiat, il Churchill di Karsh. Abituati come siamo a considerarlo un ribelle anti-artistico, con una spintarella da parte degli stessi musei che lo espongono come “artista sovversivo” (sulla scia di un trend molto redditizio), si tende a perdere la prospettiva sulla sua evoluzione creativa. Come Banksy sa, e dimostra attraverso le proprie opere, non si possono infrangere le regole se non le si conoscono (tesi sostenuta in campo artistico dallo stesso Picasso).

Al Mudec di Milano è in un corso una personale di Banksy chiamata A VISUAL PROTEST. La mostra, che si inserisce perfettamente in quell’ottica di sfruttamento del comodo trend dell'”autore in contro-tendenza”, ha però diritto di esistere. E non perché tutto sia “museabile” nel post-capitalismo (affermazione che meriterebbe un’argomentazione passibile di forti critiche e onesti rifiuti). È piuttosto la cifra intrinseca di Banksy a spingermi a considerarlo (anche) un artista da galleria.

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Questo lo dico non senza un pizzico di polemica: il graffitaro britannico si è sempre schierato a fianco dei contestatori, con opere che incapsulavano il rifiuto del sistema con sberleffi ironici quando non con gesti eclatanti (se pure con il backfire di avere consegnato un pezzo inestimabile nelle mani degli odiati collezionisti). Eppure allo stesso tempo vende, affitta e replica in diversi formati le sue opere.

Certo, l’arte ha un prezzo (e Banksy deve mangiare), e certo il Mudec fa pagare un po’ troppo per la sola curatela di questa mostra (che non dà un centesimo all’artista e non ne ha nemmeno l’autorizzazione). Ma da qui a infervorarsi perché un artista di strada è stato chiuso tra le anguste mura di una galleria (compresi street artist come Tvboy, che ha polemicamente battezzato il muro ai due lati all’ingresso del museo di via Tortona), ce ne vuole.

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Occhio

Il collegamento visivo lo affido al mio amico e collega giornalista Lucio.

Caleidoscopica. È questo l’aggettivo che andrebbe abbinato all’arte di Banksy, capace di spaziare dai graffiti alle serigrafie sia in bianco e nero che dai toni sgargianti. L’impatto visivo per lui è fondamentale, altrimenti il suo grido contro la guerra e l’ipocrisia che attanaglia il mondo moderno si udirebbe a fatica. Un modo abbastanza sottile per “girare il coltello nella piaga”, eppure efficace.
Banksy piace perché sa essere figlio dell’arte pop ma ne esprime allo stesso tempo anche una profonda rottura. Non è un caso che sia lui l’artista che ha realizzato sei stampe raffiguranti la modella Kate Moss, ritratta come la Marilyn di Andy Warhol, o le serigrafie in rosa, giallo e grigio con il cane di Keith Haring, simbolo del suo unico strumento di difesa, l’arte. Dove un solo animale ritorna ciclicamente: il topo. Un animale che rappresenta perfettamente lo stile e la vita degli street artist ma anche l’unico che può sopravvivere a una guerra termonucleare. La paura del conflitto capace di spazzare via la nostra civiltà è viva nel cuore dell’artista, che la illustra nella sua maniera un po’ beffarda ma amara. Gli unici che possono salvare l’umanità sono i bambini, la cui spensieratezza è la sola salvezza in un mondo acceccato dall’individualismo e dalla furia consumistica. Qui Banksy mostra la sua originalità. Infatti, la sua avversione verso il commercio delle opere d’arte mostra l’opinione quasi crudele dell’artista sulla vera natura delle aste: queste non sono altro che un posto per privilegiati e presuntuosi, ben lontane dai veri ideali artistici.
Confermo, la produzione di Banksy fa emergere l’incredibile caleidoscopio della sua arte, piena di riferimenti, colori, sentimenti. Eppure, non mancano le poche luci e le tante ombre, figlie della nostra epoca.

Sul bellissimo blog Il taglio di Lucio, vedrete la sua analisi dell’artista (con la finezza che lo contraddistingue), e noterete che è in disaccordo con me. Non vi chiederò se volete più bene alla mamma o al papà, solo di farvi una vostra idea. Allora avremo fatto il nostro lavoro.

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