REGEM VOSTRUM ADSPICITE

In proto-latino, GUARDATE IL VOSTRO RE. Così Remo intima al futuro popolo di Roma.

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Ma non era Romolo? Se avete visto Il primo re di Matteo Rovere, forse vi sarete fatti questa domanda, perché per quasi tutto il film Romolo è sul ciglio della morte, mentre Remo si fa spazio con coraggio e forza all’interno delle gerarchie del gruppo latino e sabino che punta a rovesciare Alba Longa.

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Ambientata nel 753 a.C., tradizionale anno della fondazione di Roma, la produzione con Alessandro Borghi (Remo) e Alessio Lapice (Romolo) è una rivisitazione del mito dei due fratelli pastori, della loro ascesa tra le fila degli autoctoni laziali e del fratricidio che ha permesso la nascita della Città Eterna.

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La cosa migliore del film non sono le ricostruzioni minuziose di costumi e trucco (da Oscar), non l’illuminazione unicamente naturale e il formato anamorfico (dal raffinato retrogusto teatrale), non gli aruspicini, le battaglie col gladio, le paludi del Lazio. È proprio il proto-latino, l’unica lingua della pellicola grazie ai sottotitoli.

Antecedente al latino arcaico, è stato ricostruito grazie ai semiologi della Sapienza da documenti del tempo e ibridazioni con ceppi indo-europei là dove le fonti erano lacunose. Il regista ha voluto (come già con il romagnolo di Veloce come il vento) «calare lo spettatore nella realtà delle storie». Ed è veramente così: la minuziosa rielaborazione, i cui suoni aspri e gracchianti non somigliano al latino a cui ci ha abituato il Medioevo, buca lo schermo. Riempie quel buio terribile, quegli sguardi stralunati e violenti che popolano la pellicola. Vive nella lotta che Remo deve sostenere per proteggere il fratello ferito e moribondo, vive nella sacerdotessa vestale che minaccia vendetta a chi la tocchi, vive nelle tribù di guerrieri, donne e bambini.

Bocca

Il proto-latino del film è qualcosa di familiare e nuovo allo stesso tempo. E fa venire voglia di dubitare se quello che i secoli hanno sepolto non valesse la pena di riportarlo alla luce. Come il garum: una salsa di pesce salato che i romani usavano come condimento per primi e secondi. Per anni guardata dall’alto in basso per le origini umili (interiora di pesce) e il gusto forte (e molto salato), oggi potrebbe benissimo essere riaccolta nel panorama gastronomico. Non è poi così diversa dalla salsa di ostriche cinese (alla base di molti piatti famosi, dagli involtini ai baozi), e il suo essere forte non spaventerà certo chi abbia visto il film e non sia rimasto sconvolto da tanto sangue.

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Forse simile alla colatura di pesce amalfitana e al nuoc mam vietnamita, il garum può essere ricreato (in molto molto tempo) grazie alle numerose varianti arrivate a noi. Tra queste vi è quella contenuta nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, che sostiene che il garum migliore sia quello sociorum, fatto con gli sgombri e proveniente dalla Spagna (anche se prodotto da una società tunisina), costoso come un profumo.

Archeologi della gastronomia hanno provato a ricreare qualcosa di simile con queste indicazioni:

– prendere la bianca carne dello sgombero, aggiungere sardine e acciughe, sminuzzare e mescolare il tutto
– aggiungere del sale in grande quantità e fare riposare per tutta la notte
– versare il tutto in un contenitore, da lasciare aperto per alcuni mesi in un angolo soleggiato.

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Se vi avanzano alcuni mesi, e decidete di fare il garum, potreste scoprire che quel forte sapore sta davvero bene con il cibo moderno. Come una lingua morta in un film da Oscar.

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