Winston e Churchill, separati da un filo di fumo // Recensioni ospiti per Cinquesensi

«Papà, non voglio che vieni al mio spettacolo» «Perché?» chiede Winston «Hai il vizio di ripetere le battute ad alta voce!» «Sarò buono e zitto, mi siederò in fondo» «Papà, nessuno ti farebbe sedere in fondo: sei Churchill!».

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All’aprirsi del sipario il palco è buio. Solo la punta rossa di un sigaro risalta. Il suo profumo acre accoglie gli indiscreti spettatori nella tenuta di Chartwell, a spiare uno degli ultimi pomeriggi di… di chi? Chi è quell’uomo in vestaglia rossa, curvo su un bastone in cui nasconde gin e sigari? È Winston innamorato del suo gatto Jock, Winston il beone fumatore, Winston lo scorbutico umorista? Churchill il primo ministro, Churchill il criminale di Gallipoli, Churchill l’eroe del mondo libero?

Giuseppe Battiston interpreta gli atti finali di un gigante del Novecento a cui il destino ha concesso (o condannato?) di sopravvivere a sé stesso. È una figura vecchia e malata lo Winston adagiato sulla poltrona al centro della scena, quasi comica nel suo ingegnarsi per sfuggire ai dettami salutisti del medico, nel burlarsi della giovane infermiera Margareth (Lucienne Perreca) che lo accudisce, nella ricerca giocosa delle proprie ‘ultime parole’ affermando di poterci riflettere per l’eternità. Una luce calda avvolge il palco, nelle orecchie le risate del pubblico ispirate da un Winston cabarettista («Signora, lei è brutta!» «E lei ubriaco!» «Sì, ma a me domani passa»), dal Franco Parenti di Milano si è tutti trasferiti nella ridente campagna inglese di Westerham.

Eppure dietro di lui si staglia l’ombra gigantesca di Churchill. E quando Battiston si toglie la vestaglia rivelando sotto un completo elegante degno di Downing Street, l’atmosfera cambia. Il sigaro viene acceso di nuovo e il suo aroma invade gli spalti. Il palco si fa buio, non fosse per il muso di un feroce mastino nero su sfondo scarlatto. Le risa si convertono in brividi ascoltando la potenza del discorso in cui promette agli inglesi di non arrendersi mai alla macchina bellica nazista, le sue parole di speranza di pace fra i popoli d’Europa dopo il fratricidio bellico, la sua disperazione quando grida, lui pittore dilettante, «sulle mie mani c’è più sangue che colore» per tutti i morti sotto il suo comando e soprattutto i 40mila inglesi caduti sulle spiagge turche di Gallipoli. I discorsi di Churchill-Battiston continuano in registrazione, si mescolano con i suoni della guerra e delle bombe, mentre l’attore è sullo sfondo, spalle al pubblico, ad aspirare il sigaro e soffiare nell’aria ampie boccate di fumo penetrante.

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Foto di Noemi Ardesi

Poi Churchill svanisce nell’ombra e ricompare Winston nella sua vestaglia rossa intento in una gara di citazioni con Margareth, ma ormai l’incantesimo è spezzato. Lì sopra non c’è, non c’è mai stato un vecchio comune. Eppure, lì sul palco c’è un vecchio come tanti. È questo il gioco di “Winston vs Churchill”, un continuo rincorrersi delle due facce del protagonista senza che nessuna delle due prevalga, perché in fondo il suo volto è sempre lo stesso: quello di Winston Churchill, che nei libri entrò con le decisioni storiche e i piccoli difetti, con il carisma da condottiero e gli amati vizi. Con la scusa del conflitto tra l’uomo e il personaggio lo spettacolo restituisce un ritratto completo dello statista britannico, la cui figura appassiona lo spettatore e gliela rende familiare.

Naso

C’è un unico problema. Il teatro è più lasco del cinema sul tema, ma Giuseppe Battiston con Churchill a vedersi non c’entra nulla. Lui è capellone e il britannico quasi pelato, il grugno da ‘English bulldog’ gli manca. E poi il problema della lingua. Eppure, la magia del teatro ti mette Winston lì, davanti a te. Il trucco sta nel sigaro. Più del cilindro, più delle dita a V, il simbolo di Winston Churchill è il sigaro, al punto che i suoi mozziconi oggi sono battuti all’asta per migliaia di sterline. Non lo sguardo quindi, non le parole, ma l’aroma del tabacco essiccato è ciò che ingarbuglia il tempo e porta il salotto della tenuta di Chartwell nel Kent di inizio anni Sessanta davanti agli odierni spettatori milanesi del teatro Franco Parenti. La magia del teatro questa volta passa dal naso.

Articolo di Andrea Prandini – collega, storico e giornalista.

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