La Chovanščina, pensata da Katsuhiro Otomo

Un drone silenzioso, soldati con i kalašnikov, le luci rosse dei grattacieli moscoviti.

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Ph. Marco Brescia & Rudy Amisano

Non proprio gli elementi che ci si aspetterebbe di trovare dietro il sipario di un’opera scritta alla fine dell’Ottocento e ambientata due secoli prima. Eppure è questo il volto che il regista Mario Martone ha deciso di assegnare alla messa in scena scaligera della Chovanščina (Хованщина), un dramma musicale in cinque atti lasciato incompiuto da Modest Musorgskij. Al centro dell’opera, diretta da Valery Gergiev e interpretata da un cast russo d’eccezione, c’è un episodio realmente avvenuto: la rivolta del corpo militare degli Strel’cy contro lo zar Pietro il Grande, sotto la guida del principe Ivan Chovanskij (che dà il nome della ribellione). Contro gli Strel’cy, lo zoccolo duro dei Boiari, i nobili iper-conservatori, dalla parte dello zar ma soprattutto dalla propria e dei propri privilegi.

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La rivolta degli Strel’cy del 1698 in un dipinto di Vassilij Surikov

Per capire perché Martone abbia reinventato lo scenario originale, bisogna prima farsi due domande: quanto un pubblico colto è avvezzo alle tragedie, presenti e passate? E quanto cresce quella distanza emotiva, quando si guarda a eventi lontani e ignoti ai più?
La scelta post-apocalittica ci porta al centro del dramma grazie a degli scenari codificati, malleati sulla sensibilità moderna e su parametri di attualità. Le vesti del potere diventano pesanti giacconi di pelle, le serve persiane escort di lusso, gli stendardi degli ortodossi quelli fondamentalisti.

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Ph. Marco Brescia & Rudy Amisano

Questo momento di grande incertezza, in una Mosca abbandonata agli interessi dei più forti e preda di una crescente divaricazione sociale, non è diverso dallo scenario distopico che tante produzioni letterarie, teatrali e cinematografiche ripropongono (con successo) da decenni. I maestosi cori dei ceti contrapposti, gli ortodossi, gli Strel’cy, i Boiari, il povero popolo, tutti esprimono la propria identità con stili, parole e gesti che marcano lo iato sociale ed esistenziale. Quale altro format potrebbe calzare meglio a una storia complessa, intrisa di revanchismo religioso e imperniata sulla costante ricerca di una nuova bussola morale e di una guida forte, quasi mistica?

Occhio

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Trama, adattamenti cyber-punk ed espressionismo lirico rendono la Chovanščina accostabile al capolavoro di Katsuhiro Otomo, Akira (アキラ). Prodotta nel 1988 ma ambientata nel 2019 (buon compleanno, Akira!), la pellicola si svilupppa in una Tokyo post-terza guerra mondiale, invasa da bande violente, dimostranti pseudo-religiosi e dura repressione governativa.

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Neo Tokyo, molto simile alla Los Angeles di Blade Runner (1982). Il 1982 è anche l’anno in cui il manga di Akira, sempre di Katsuhiro Otomo, ha cominciato a uscire in serie.

 

Se pure differenziata da un forte afflato sovrannaturale (il governo stimola in alcune cavie poteri cosiddetti ESP, extra-sensoriali, che distruggono l’ospite e lo rendono molto pericoloso), l’ambientazione ha una somiglianza marcata con la Chovanščina di Martone. L’opera russa, reiterando nel Seicento un sentimento proprio della fine dell’Ottocento, dà forma alle stesse paure ataviche del futuro distopico: la manipolazione, il disorientamento e la perdita dei valori-guida, una violenza diffusa e incontrollata e la distruzione fisica. In sostanza, la morte dell’umanità in quanto tale.

 

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